11/04/2018
Credits: Di Johnste - CC BY-SA 3.0 wikimedia commons

L’agricoltura nel Mediterraneo è uno dei settori più a rischio a causa degli impatti dei cambiamenti climatici. I modelli climatici stimano una probabile diminuzione delle precipitazioni stagionali e annuali sulle aree mediterranee, con un aumento dei rischi di prolungate stagioni secche, periodi di siccità ed eventi di precipitazioni estreme.
Gestire l’utilizzo dell’acqua in modo efficiente, in particolare nell’irrigazione, diventa quindi essenziale per garantire la produzione agricola.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Water, portato avanti dai ricercatori del CMCC e dell’Università di Sassari (Antonio Trabucco, Serena Marras, Simone Mereu, Donatella Spano) e dell`IHE Delft Institute for Water Education (Sara Masia e Janez Susnik), nell’ambito del progetto SIM4NEXUS, ha valutato la vulnerabilità dell’agricoltura in sei distretti irrigui e nei relativi bacini idrici dell’Italia meridional e, prendendo in considerazione i potenziali impatti dei cambiamenti climatici a cavallo della metà di questo secolo (2036-2065).

Secondo i dati elaborati nelle aree oggetto di studio (situate in Sardegna, Sicilia, Puglia e
Basilicata), le precipitazioni in futuro caleranno su tutti i bacini idrici osservat i del  5-20%. Le diminuzioni più forti sono previste sull’area occidentale della Sardegna e sul bacino idrico diSan Giuliano, che serve Basilicata e Puglia (10-20%). Al contempo, crescerà la domanda diacqua per l’irrigazione a causa delle temperature più alte che aumentano il fenomenodell’evapotraspirazione.

Le aree di studio sono accomunate da un forte rischio, spiega Antonio Trabucco, ricercatore CMCC, ma sono molto diverse per quanto riguarda le infrastrutture, l’utilizzo e la gestione dell’acqua. “Per esempio nel nord della Sardegna, la diga del Liscia serve tutta la Costa Smeralda e ha una forte priorità turistica, oltre che agricola. I distretti idrici della Nurra e del Sulcis Iglesiente, nell’area occidentale della Sardegna, sono sotto una fortissima pressione perché hanno vissuto una delle più forti siccità della loro storia. Pur avendo questi distretti implicazioni su vari settori (domestico, turistico, industriale), le maggiori conseguenze sono state avvertite in agricoltura. Questo ha comportato forti riduzioni delle aree irrigate, e calo della produzione agricola. Come conseguenza si stanno evidenziando strategie politiche atte a migliorare o diversificare le fonti di approvvigionamento irriguo, per esempio eliminare alcune limitazioni sul riutilizzo delle acque reflue o aumentare le quote di invasamento autorizzate.”

La vulnerabilità però non dipende solo dalla riduzione delle precipitazioni ma anche dalla
capacità di ricarica dei bacini, dall’efficienza nell’uso dell’acqua irrigua e dalla capacità di
gestione del sistema. Sotto questi aspetti, misure e investimenti per aumentare la resilienza sono necessari in tutti i casi osservati nello studio, che presentano in misura diversa un’elevata vulnerabilità allo stress idrico. Per prima cosa, “è necessario stabilire le priorità nelle allocazioni dell’acqua in base ai bisogni, prima che le condizioni di scarsità diventino critiche” spiega Trabucco. Questo significa integrare la pianificazione della gestione dell’acqua considerando l’effetto dei cambiamenti climatici. La pressione climatica è così forte che non si potrà proseguire con il business as usual: “c’è bisogno di favorire al massimo le condizioni per un dialogo proficuo per gestire l’acqua in comune in tutte le situazioni osservate, come condizione necessaria per andare avanti”. Per esempio,
investimenti in sistemi di irrigazione più efficienti e sulle infrastrutture per ridurre le perdite sono sicuramente interventi essenziali per ridurre la vulnerabilità dell’agricoltura irrigua.

Tuttavia, per fronteggiare rischi futuri diventa necessario attivare nuove strategie di
comunicazione e coordinamento, non solo tra gli enti tradizionalmente coinvolti nella gestione dell’acqua ma includendo anche altri settori. Infatti l’uso dell’acqua è intrinsecamente legato all’uso di altre risorse, (es. energia, uso del suolo).

“Il caso del bacino idrico di San Giuliano, per esempio, rileva particolari criticità gestionali, con un sistema che dovrebbe servire egualmente i fabbisogni tra i distretti irrigui in Basilicata e Puglia. Dato che le colture presenti in Puglia hanno un maggior bisogno di acqua in estate, mentre quelle in Basilicata in primavera, tali condizioni richiedono il coordinamento e la pianificazione delle allocazioni per evitare che criticità nella disponibilità idrica danneggino prevalentemente o esclusivamente le colture tardive. Tale coordinamento necessita non solo di una pianificazione tra diversi organi a livello regionale, ma anche di soluzioni condivise a livello interregionale”.

Per ulteriori informazioni, leggi la versione integrale dell’articolo:
Masia S., Sušnik J., Marras S., Mereu S., Spano D., Trabucco A.
Assessment of Irrigated Agriculture Vulnerability under Climate Change in Southern Italy, 2018, Water, DOI: 10.3390/w10020209