Da crisi ambientale a opportunità climatica: un nuovo studio mostra come delle alghe nell’Atlantico possano contribuire alla rimozione della CO₂ e allo sviluppo di biocarburanti

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La stagione della fioritura del Sargasso del 2026 si sta già configurando come una delle più estese e precoci mai osservate. Spinta dall’aumento delle temperature dell’oceano e dai cambiamenti nelle correnti marine, la Great Atlantic Sargassum Belt sta registrando livelli di biomassa superiori rispetto alle enormi fioriture dello scorso anno, con impatti significativi sulle aree costiere dei Caraibi, del Golfo del Messico e della Florida. Ma cosa accadrebbe se uno dei problemi ambientali a più rapida crescita dell’Oceano Atlantico potesse diventare parte della soluzione alla crisi climatica? Un nuovo studio internazionale, guidato dalla scienziata del CMCC Annalisa Bracco, suggerisce che le massicce fioriture di alghe Sargassum siano destinate a restare. Una prospettiva che potrebbe aprire nuove opportunità per la rimozione marina dell’anidride carbonica e la produzione di biocarburanti sostenibili.

Nei Caraibi, nel Golfo del Messico e lungo le coste dell’Africa occidentale, gli arrivi massicci di alghe Sargassum sono diventati una crisi a cadenza annuale. Spesse distese di alghe ricoprono le spiagge, danneggiano la pesca e il turismo e rilasciano gas nocivi durante la decomposizione, con costi per la pulizia che raggiungono ogni anno centinaia di milioni di dollari. Quello che inizialmente appariva come un fenomeno ambientale inatteso si è trasformato in una persistente sfida socio-economica che interessa diverse regioni su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Un nuovo studio internazionale, guidato dalla scienziata del CMCC Annalisa Bracco, suggerisce ora che questo problema crescente possa rappresentare anche un’opportunità ancora poco sfruttata. La ricerca, intitolata “Changing Drivers of the Great Atlantic Sargassum Belt from Physical Forcing to Ecological Control”, mostra che le enormi fioriture di Sargassum non solo sono destinate a persistere, ma potrebbero anche essere prevedibili. Un elemento cruciale, perché la possibilità di prevedere le fioriture aumenta significativamente le possibilità di utilizzarle per soluzioni climatiche come la rimozione marina della CO e la produzione di biocarburanti.

La cosiddetta Great Atlantic Sargassum Belt è comparsa nel 2011 e da allora si è espansa fino a diventare un sistema transoceanico lungo oltre 8.000 chilometri, dall’Africa occidentale ai Caraibi. Nel 2025 la sua biomassa ha superato i 37 milioni di tonnellate – circa sei volte la massa corporea complessiva della popolazione italiana. Se da un lato questa espansione ha amplificato gli impatti sulle comunità costiere, dall’altro rappresenta anche un enorme serbatoio naturale di carbonio catturato attraverso la fotosintesi.

“Il Sargassum assorbe grandi quantità di anidride carbonica durante la crescita”, spiega Bracco. “La sfida principale è che, quando raggiunge le coste e si decompone, gran parte di quel carbonio viene rilasciata nuovamente in atmosfera. Se riuscissimo a intervenire prima che questo accada, questo sistema potrebbe invece diventare parte della soluzione.”

Lo studio rivela inoltre che i fattori che guidano la crescita del Sargassum sono cambiati radicalmente nel tempo. Nei primi anni, l’espansione della fascia era principalmente determinata da processi fisici, in particolare da venti invernali più intensi che favorivano il rimescolamento delle acque oceaniche e il trasporto di nutrienti verso la superficie. Con il tempo, però, il sistema si è evoluto in un ecosistema autosufficiente. Il Sargassum ospita infatti intere comunità di organismi marini che riciclano nutrienti – soprattutto azoto – all’interno delle masse galleggianti, mentre la decomposizione delle alghe rilascia ulteriori nutrienti nell’acqua. Questa capacità interna di rigenerare azoto ha creato un meccanismo di feedback che consente alle alghe di continuare a crescere anche in assenza degli eventi di vento che inizialmente ne favorivano l’espansione, diventando negli ultimi anni il principale motore del sistema.

Utilizzando un modello basato su osservazioni satellitari e dati oceanografici, i ricercatori hanno ricostruito la variabilità del Sargassum dal 2011 al 2022 e sono riusciti a prevedere con successo le concentrazioni del 2023 e del 2024. Questa capacità predittiva rappresenta un importante passo avanti, perché riduce l’incertezza sul futuro delle fioriture e rende possibile una pianificazione di lungo periodo. Lo studio mostra inoltre che il sistema è ormai ampiamente autosostenuto da feedback ecologici interni, rendendo improbabile un declino naturale e rafforzando la necessità di strategie di gestione a lungo termine.

La persistenza e la prevedibilità della Great Atlantic Sargassum Belt suggeriscono quindi possibili opportunità per trasformare questo fenomeno da problema ambientale a risorsa: dalla raccolta offshore finalizzata allo stoccaggio del carbonio nella profondità oceanica, fino alla conversione in biocarburanti e altri materiali, con potenziali benefici sia per la riduzione delle emissioni sia per i costi di gestione delle fioriture.

“È un esempio straordinario di quanto rapidamente l’oceano possa riorganizzarsi”, conclude Bracco. “Quello che era iniziato come un fenomeno guidato dal vento si è trasformato in un sistema biologico autosufficiente. Il fatto che oggi siamo in grado di comprenderlo e prevederlo significa anche che possiamo iniziare a pensare seriamente a come gestirlo.”

I risultati dello studio forniscono una base scientifica utile per decisori politici, investitori e Paesi costieri interessati a sviluppare soluzioni di lungo periodo che combinino protezione ambientale e innovazione climatica.

Maggiori informazioni:
Zhou, X., Novi, L., Hay, M.E. et al. Changing drivers of the Great Atlantic Sargassum Belt from physical forcing to ecological control. Nat Commun 17, 4600 (2026). https://doi.org/10.1038/s41467-026-72183-4

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