Il Regno Unito impreparato all’aumento delle temperature: crescono le evidenze sui rischi per i lavoratori
Nuovi risultati di una ricerca che coinvolge Shouro Dasgupta (ricercatore al CMCC e Visiting Senior Fellow presso il Grantham Research Institute) rivelano che l’aumento delle temperature sta già danneggiando la salute, il benessere e la produttività dei lavoratori nel Regno Unito, e che le attuali normative non sono sufficienti a proteggerli dallo stress da calore indotto dai cambiamenti climatici.
Il Regno Unito ha registrato i suoi dieci anni più caldi a partire dal 2002, eppure non esiste un limite massimo di temperatura sul posto di lavoro previsto per legge. Con l’aumento della frequenza delle ondate di calore, i lavoratori in tutto il Paese si trovano sempre più spesso a operare in condizioni per le quali né loro né i loro luoghi di lavoro sono preparati.
Un’indagine rappresentativa a livello nazionale su 2.000 lavoratori britannici, condotta dopo le elevate temperature di luglio 2024, evidenzia la portata del problema:
- Poco meno di un terzo dei lavoratori ha riportato effetti sulla salute legati al calore, tra cui mal di testa, vertigini, disturbi del sonno e ridotta concentrazione.
- Un aumento di 1°C rispetto alla media di lungo periodo aumenta la probabilità che i lavoratori riducano le ore di lavoro del 9,9% e lo sforzo produttivo del 9,5%.
Questi impatti non sono uniformi tra la forza lavoro. I lavoratori impiegati in ruoli all’aperto o fisicamente impegnativi hanno subito alcuni degli effetti più marcati, mentre coloro che occupano posizioni precarie o a salario orario hanno più probabilità di subire perdite di reddito quando le condizioni diventano insicure. In particolare, i lavoratori della gig economy (che comprende lavori temporanei, occasionali o a chiamata) hanno riferito una capacità limitata di adattamento, con alcuni costretti a scegliere tra salute e guadagno.
Le testimonianze dirette evidenziano le lacune esistenti: un operatore della gestione dei rifiuti ha raccontato di dover indossare dispositivi di protezione pesanti senza accesso ad acqua o protezione solare, mentre un insegnante ha descritto di lavorare in un’aula poco ventilata dove le finestre non potevano essere aperte.
L’adattamento funziona quando i lavoratori sono supportati e informati in anticipo
Lo studio mostra che i lavoratori in grado di modificare turni, sedi o pause avevano maggiori possibilità di far fronte al caldo. Misure promosse dai datori di lavoro, come una migliore ventilazione, aree ombreggiate e periodi di lavoro all’aperto più brevi, hanno ridotto le perdite.
Le allerte per le alte temperature si sono rivelate particolarmente efficaci. I lavoratori che sono stati avvisati in anticipo hanno ridotto meno le ore di lavoro e hanno riportato minori effetti negativi sulla salute. Con una diffusione più ampia, si stima che fino a due terzi delle perdite legate al caldo – circa 66,7 milioni di ore lavorative – potrebbero essere evitate ogni anno.
Le raccomandazioni emerse dallo studio includono:
- Standard più chiari sulle temperature massime nei luoghi di lavoro
- Sistemi di allerta precoce più robusti e mirati, collegati ad azioni concrete nei luoghi di lavoro
- Opzioni di lavoro flessibile, pause e accesso a zone fresche
- Migliore protezione per lavoratori della gig economy e a salario orario
- Approfondimento sugli impatti sulla salute mentale, differenze di genere e rischi congiunti, come caldo e inquinamento
Il CMCC contribuisce a questo ampio filone di ricerca attraverso analisi empiriche sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla forza lavoro e sull’efficacia delle strategie di adattamento, analisi macroeconomiche e linee guida che possono aiutare governi e imprese a prevedere e gestire i rischi legati al calore. Con l’aumento delle temperature che sta rimodellando la vita lavorativa in tutta Europa, la ricerca del CMCC aiuta a individuare dove sono più necessarie protezioni e come l’adattamento può salvaguardare sia i lavoratori sia la resilienza economica.
Leggi lo studio completo:
Protecting UK workers’ health and incomes in a warming world

