10/01/2019

Intervista di  Aurora D’Aprile

I numeri sono importanti, ma non sono tutto. Anche note, parole, sapori, ricordi non sono da meno e Andrea Bigano, ricercatore EIEE e della divisione ECIP (Economic analysis of Climate Impacts and Policy Division), non si fa mancare niente.

Cosa fai al CMCC?

Mi occupo di economia dell’energia, in particolare di efficienza energetica e delle politiche che la promuovono, e degli impatti dei cambiamenti climatici e di adattamento nei settori del turismo e dell’energia. Ultimamente, anche di finanza per il clima.

Come sei arrivato al CMCC?

Ho studiato Economia Politica alla Bocconi, ho fatto un master in Environmental Economics a UCL London e un PhD in Economics alla Katholieke Universiteit (KU) Leuven. Ho lavorato presso il Center for Economic Studies di KU Leuven e all’ICTP di Trieste, poi per FEEM e in contemporanea dal 2011 per il CMCC.

È il lavoro che sognavi da bambino?

Da bambino volevo fare il pilota di aereo, ma la miopia si è messa di mezzo già dal primo anno di liceo. Però sono sempre stato un tipo curioso e interessato all’ambiente. Crescendo, mi sono appassionato a come trovare soluzioni efficaci ai problemi ambientali. La ricerca in economia ambientale è stato lo sbocco naturale per questi interessi.

Ci racconti qual è stato il momento più bello nella tua esperienza al CMCC?


Una cosa che ho fatto mentre ero al CMCC, ma in qualità di esperto indipendente, che mi ha toccato parecchio: una perizia giudiziale per conto di una tribù di nativi canadesi che vive sulle coste della British Columbia. La Gitxaala First Nation era una delle circa 40 tribù che si opponevano al progetto di costruzione di un oleodotto che avrebbe dovuto portare il petrolio estratto dalle tar sands dell’Alberta alla costa, passando vicino alle terre dei nativi. Un incidente avrebbe potuto compromettere il loro territorio e il loro modo di vivere. Mi è stato chiesto di verificare se l’analisi del rischio di sversamento lungo il percorso fosse stato fatto a regola d’arte. Ho trovato parecchie lacune e ho testimoniato in questo senso ad aprile del 2013 (purtroppo via teleconferenza, ma ero pronto ad andare a Prince Rupert!). Ricordo che prima di me ha testimoniato uno degli anziani della tribù, e sembrava di ascoltare Alce Nero. In quella fase il dibattimento si era concluso a favore del costruttore, ma gli appelli successivi hanno ribaltato il giudizio e il progetto è stato definitivamente archiviato nel 2016.

Cosa c’è sulla tua postazione di lavoro?
Portatile, schermo e cavi, una modica quantità di fogli, un sottobicchiere con logo europeo, diversi manufatti prodotti artigianalmente dalle mie figlie ai tempi della scuola materna, una tazza con dedica.

Qual è il rituale che non manca mai nella tua giornata lavorativa?

Un buon pranzo!

Come vai al lavoro la mattina? 

In treno o in metrò, entrambe le fermate sono vicinissime all’ufficio.

Che cosa fai nel tuo tempo libero?

Sto cercando, con alterne fortune, di imparare a suonare il piano. Attualmente sto litigando con una sonata di Mozart (sta vincendo lei) e con un ragtime di Scott Joplin (che promette bene). Quello che mi diverte di più è il piano jazz. La musica mi piace anche ascoltarla, senza grandi discriminazioni tra i generi, purché ci sia onestà e originalità. Ogni tanto vado ai concerti dell’orchestra Verdi all’Auditorium di Milano, ma non mi sono perso un concerto di Springsteen a San Siro. Mi piace molto leggere, soprattutto letteratura inglese, americana e latino-americana. Sport poco, quando posso cammino in montagna. Mi piace molto l’arrampicata ma ho smesso da qualche anno.

Cinema o letteratura: dacci un titolo e spiegaci perché lo hai scelto.

Consiglio due libri. “Imprimatur” di Monaldi e Sorti, perché è un esempio di come una ricerca rigorosa, in questo caso storica, possa cambiare le cose (non vi dico come, leggete il libro!)  ed essere una lettura coinvolgente e valida. E poi “A Short History of Nearly Everything” di Bill Bryson, perché è un grandioso esempio di efficace divulgazione scientifica.