In un mondo caratterizzato da temperature estreme in aumento, le aree urbane dovranno adattarsi se gli esseri umani e non-umani vorranno continuare a funzionare in condizioni di sicurezza durante le ondate di calore. Una nuova commentary con la partecipazione di scienziati del CMCC e pubblicata su Nature Climate Change esamina come la giustizia termica possa contribuire a garantire un adattamento equo e a ridurre al minimo i rischi dati dal calore estremo nelle città.
È innegabile che le città debbano adattarsi alle ondate di calore, che ciò avvenga piantando alberi, aprendo centri di raffrescamento, sovvenzionando l’aria condizionata, dipingendo i tetti, aggiungendo ombreggiature e diffondendo allerte. Queste misure contribuiscono a salvare vite umane e migliorare le condizioni di vita. Ma, se prese fuori contesto, corrono anche il rischio di semplificare eccessivamente la questione: individuare gli hotspot, installare sistemi di raffrescamento e dichiarare raggiunta la resilienza.
Un approccio che, secondo una nuova commentary, intitolata Thermal justice in urban climate change adaptation, cui partecipano i ricercatori del CMCC Giacomo Falchetta e Antonella Mazzone e pubblicata sulla rivista scientifica Nature Climate Change, non coglie pienamente la complessità delle sfide di adattamento in un mondo urbano che si riscalda.
Avendo già guidato in precedenza ricerche su temi di cooling poverty, Falchetta e Mazzone contribuiscono alla letteratura su questo argomento partecipando alla commentary che sviluppa un quadro di giustizia termica all’interno della giustizia ambientale, concentrandosi sulla dislocazione termica: lo spostamento dei rischi legati al calore tra persone, luoghi, infrastrutture, ecosistemi e generazioni.
La commentary sostiene che il raffrescamento urbano dovrebbe essere valutato non solo in base a chi riceve il raffrescamento, ma anche in funzione del fatto che esso amplia le capacità umane ed ecologiche di funzionare in sicurezza sotto il calore, senza trasferire i rischi alle comunità meno potenti, alla vita non-umana o ai futuri sistemi urbani.
In questo modo, le scelte di policy si spostano dal semplice fornire servizi di raffrescamento a ciò che gli autori definiscono capacità termica: la reale capacità di persone ed ecosistemi di rimanere sicuri, in salute e funzionanti sotto condizioni di calore.
“Per esempio, senza giustizia termica, un programma di raffrescamento verde può definire il successo come la piantumazione di alberi in aree calde e con poca copertura arborea. Dopo l’adozione della giustizia termica, deve dimostrare che il raffrescamento raggiunge i residenti esposti al calore, evita di spostare i carichi legati al calore su altri spazi o ecosistemi o nel futuro, colloca l’ombra là dove si verifica l’esposizione e allinea la vegetazione con la disponibilità d’acqua, la biodiversità e la manutenzione di lungo periodo”, si legge nella commentary.
L’adattamento è una parte integrante della pianificazione futura rispetto agli estremi climatici e, in quanto tale, è importante che le strategie implementate non riproducano né aggravino l’ingiustizia. Dalle questioni di gentrificazione verde – attraverso cui le aree verdi in determinati quartieri portano a canoni d’affitto e prezzi delle proprietà più elevati, costringendo quindi le fasce più povere della società verso aree più calde – ad altri casi in cui le misure di adattamento incidono maggiormente sulle comunità più vulnerabili.
“Il compito non è semplicemente raffrescare le città, ma costruire una capacità di vivere con il calore, senza spostare il rischio sui corpi, sulle comunità e sugli ecosistemi meno in grado di sostenerlo.”
Per ulteriori informazioni:
Gobatti, L., Bach, P.M., Mazzone, A. et al. Thermal justice in urban climate change adaptation. Nat. Clim. Chang. (2026). https://doi.org/10.1038/s41558-026-02727-5


